LogoColorato

Manteniamo la “nostra biodiversità ",coltiviamola, in tempi di globalizzazione.

Le varietà locali sono state mantenute grazie all’azio­ne moltiplicatrice/conservatrice degli agricoltori e allo scambio di seme fra di loro, per tutta la lunga storia del­l’agricoltura, fino ad oggi. Questo scambio delle informazioni su usi e tradizioni -è la memoria storica - non ha mai avuto una veste formale e non è mai stato regolamentato da norme scritte.
In Umbria è stato fatto molto per mantenere la biodiversità regionale analizziamo alcuni prodotti: la lenticchia di Castelluccio di Norcia, ( Le particolari condizioni di clima e di suolo del piano di Castelluccio di Norcia conferiscono altissimo pregio qualitativo al prodotto, per valore alimentare e sapore. I semi sono in fatti ricchi di sali minerali e proteine, non perdono la buccia, hanno un gusto delicato, sono facili da cuocere e non scuociono. Tali caratteristiche vengono perdute se questa lenticchia viene coltivata in un’areale diverso da quello originario. Per quel che riguarda il genotipo, le analisi molecolari condotte dal DBVBA suggeriscono che la maggior parte delle popolazioni di lenticchia di Castelluccio costituisce un gruppo geneticamente omogeneo riconducibile alla varietà locale.), per valore alimentare e sapore  il farro di Monteleone di Spoleto (Il farro di Monteleone è una delle più importanti varietà locali di farro del nostro Paese. Viene coltivato da secoli nell’area montuosa di Monteleone di Spoleto (Perugia), caratterizzata da condizioni climatiche e ambientali particolarmente difficili. In questa zona marginale il farro era utilizzato per l’alimentazione umana e del bestiame, oggi è invece prevalentemente destinato all’uso alimentare umano. Questo farro, quindi, non ha subìto nel tempo alcuna introgressione genetica da parte di altre popolazioni di farro, pertanto è ipotizzabile che dal punto di vista genetico sia molto simile, se non lo stesso, a quello che ricevevano in premio le legioni romane vittoriose.)  e  la fagiolina del Lago Trasimeno. La fagiolina del Lago Trasimeno è una varietà locale di fagiolo dall’occhio, diffusa già in epoca romana, è coltivata a scopo alimentare intorno al Lago Trasimeno da tempo immemorabile. È stata largamente coltivata fino agli anni Sessanta, poi è caduta in declino e solo da pochi anni è stata riscoperta. Nono­stante ciò, risulta che il seme attualmente utilizzato dai produttori del Trasime­no deriva direttamente dalle vecchie popolazioni locali. Tali popolazioni pre­sentano una certa variabilità tra loro, comunque le analisi molecolari condotte dal DBVBA indicano che le popolazioni di fagiolina del Trasimeno formano un gruppo che si distingue chiaramente da altre varietà locali e commerciali di fagiolo dall’occhio provenienti da altre regioni d’Italia e dall’estero.
In questo caso la tipicità del prodotto è determinata esclusiva­mente dall’effetto ambientale. Ne è un esempio la patata ros­sa di Colfiorito, che è un prodotto tipico dell’omonimo altopiano situato in provincia di Perugia, alla base del quale non c’è una varietà locale, bensì una varietà commerciale. Si tratta della Desirèe, cultivar prodotta in Olanda e ca­ratterizzata dalla buccia di colore rosso chiaro, che venne introdotta nella zona negli anni Sessanta e riscosse subito l’apprezzamento degli agricoltori locali, sia per le caratteristiche positive che presenta dal punto di vista agronomico (la resistenza alla peronospora) sia grazie alle particolari caratteristiche organo­lettiche che tale varietà acquista con la coltivazione in questo areale. Gli agri­coltori acquistano i tuberi-seme sul mercato e li moltiplicano per 2 o 3 anni, effettuando contestualmente anche una selezione sanitaria, finché l’attacco dei virus non impone di rinnovare i tuberi-seme. riconosce l’enorme contributo che gli agricoltori e le comunità contadine di tutto il mondo hanno dato e continuano a dare alla conservazio­ne e allo sviluppo delle risorse fitogenetiche.Questa tipologia è analoga alla precedente, perché anche in questo caso è preponderante l’effetto dell’ambiente. La diffe­renza consiste nel fatto che il prodotto tipico viene ottenuto coltivando un insieme di varietà commerciali diverse. È il caso della cipolla di Cannara (Pe­rugia), molto rinomata nella zona per il suo sapore particolarmente gustoso. Tutti gli agricoltori locali coltivano alcune varietà commerciali di cipolle: la rossa toscana o di Firenze, la Borretana (bianca piatta), la Dorata di Parma, la rossa di Tropea. I vari produttori hanno acquistato il seme sul mercato in epo­che diverse e qualcuno lo ha riprodotto in proprio per alcune generazioni.Rientrano in questa categoria i prodotti la cui tipicità è dovu­ta praticamente solo alla tradizione, perché l’ambiente ha un effetto trascurabile ed il genotipo originale, coltivato in epoche passate, è an­dato perduto ed è stato rimpiazzato con materiale non autoctono. L’esempio eclatante è dato dallo zafferano di Cascia e dallo zafferano di Città della Pieve, entrambi rilanciati di recente.• Lo zafferano di Cascia (Perugia) ha una lunga storia alle spalle: l’umanista spoletino Pier Francesco Giustolo, nel suo poemetto in latino “De croci cultu”, scritto nel 1510, tratta in modo dettagliato le modalità di coltivazione di questa spezia che costituiva una significativa fonte di guadagno per Spoleto e per il ter­ritorio del Ducato e che, stando a quanto afferma la gente della Valnerina, è sta­ta coltivata in quelle zone fino ai primi anni del 1900. Dopo decenni di oblìo, la coltivazione è ripresa da circa  vent’anni per opera di alcuni produttori locali che hanno utilizzato bulbo-tuberi provenienti dall’altopiano di Navelli (L’Aqui­la), dove lo zafferano viene coltivato da oltre 600 anni.• La produzione di zafferano a Città della Pieve è documentata fin dal secolo XIII e trova una più estesa descrizione negli Statuti della Gabella del 1537 di quello che allora si chiamava Castel della Pieve. Anche qui la produzione di zafferano era molto importante per l’economia locale, anche se la pianta serviva soprattutto alla tintura delle stoffe, dato che la città era un importante centro di produzione di tessuti. Nella zona la coltura cadde in disuso ed è rimasta dimen­ticata per secoli, finché circa vent’anni fa un agronomo pievese, Alberto Viganò, piantò nelle sue proprietà alcuni bulbi di zafferano provenienti dalla Spagna. Da questa esperienza derivarono altre piccole coltivazioni condotte da una decina di amatori pievesi, ignari fino a qualche mese prima dell’antica tradizione dello zafferano a Città della Pieve. La coltivazione si è quindi diffusa al punto da co­stituire oggi un’importante realtà per il territorio pievano. Bisogna sempre più riconosce l’enorme contributo che gli agricoltori e le comunità contadine umbre e di tutto il mondo hanno dato e continuano a dare alla conservazio­ne e allo sviluppo della biodiversità. Commissione sulle Risorse Genetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura – FAO
Le risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura sono un’eredità preziosa proveniente da generazioni di agricoltori di ogni regione del mondo, i quali hanno sviluppato e conservato le risorse genetiche che stiamo usando oggi. Tutti noi, collettivamente, abbiamo l’obbligo morale di trasmettere queste risorse alle generazioni future perché, una volta perse, saranno perdute per sem­pre. L’uso generalizzato di un numero limitato di colture moderne, ha portato alla rapida perdita di questa diversità. Per mezzo del Trattato, dobbia­mo assicurare la sopravvivenza delle risorse fito­genetiche del nostro pianeta, affinché esse, a loro volta, possano assicurare la nostra.


FrecciaSuBianca

Questo sito fa uso di cookie anche di terze parti. La prosecuzione nella navigazione comporta l'accettazione dei cookie.