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La biodiversità:è la ricchezza di vita sulla terra, vediamo cosa succede in Umbria.

La  biodiversità rafforza la produttività di un qualsiasi ecosistema, (di un suolo agricolo, di una foresta, di un lago, e via dicendo) è stato dimostrato che la sua  perdita  contribuisce all’insicurezza alimentare ed energetica, aumenta la vulnerabilità ai disastri naturali, come inondazioni o tempeste tropicali, diminuisce il livello della salute all’interno della società, riduce la disponibilità e la qualità delle risorse idriche e impoverisce le tradizioni culturali. L’Italia è tra i Paesi europei più ricchi di biodiversità,  il primo in Europa  in assoluto,poichè presenta il più alto numero di specie. La  Biodi­versità,  è  non  soltanto un fatto genetico, ma anche  il risultato di importanti processi socio-culturali, economici e politici, di portata sia locale che globale. Infatti, saperi e pratiche connesse al­l’agricoltura e all’allevamento rappresentano gli strumenti attraverso i quali le comunità umane operano una selezione sul mondo vegetale ed animale. Fondamentale  è conoscere bene l’ambiente in cui si vive, diversificandone e amministrandone le risorse,i  mezzi fondamentali di questa opera sono sempre stati i saperi che circolano all’interno delle comunità e delle famiglie.Conservare le risorse genetiche agrarie (agrobiodiversità) significa, esaltare e continuare a produrre i prodotti tipici, la cui valorizzazione contribuisce al mantenimento di tessuti sociali alla salvaguardia di certi valori paesaggistici, incentivando anche la fruizione turistica ed agrituristica del territorio.Tutto ciò si è spesso tradotto in nuove opportunità economiche per le popolazioni locali e in questo contesto anche le risorse agrarie locali, soprattutto in quanto “produzioni tipiche”, sono diventate oggetto di una nuova sensibilità imprenditoriale. Soffermiamoci ad analizzare l’Umbria, qui  la “biodiversità” è  vastissima ,noi ci limiteremo di evidenziare, solo alcuni prodotti agricoli. Il sedano nero di Trevi, è un prodotto di qualità, ricco di storia e tradizioni .Questo sedano è coltivato con tecniche tradizionali, a basso impatto ambientale e ad alto impiego di mano d’opera, su terreni molto fertili. La storia del sedano nero di Trevi è risale alla fine del XIX secolo, epoca nella  quale la coltivazione si diffuse. Dopo la seconda guerra mondiale, con l’arrivo delle varietà com­merciali, la coltura autoctona entra in crisi e, per iniziativa della Pro Trevi, nel 1965, allo scopo di rilanciare la produzione, venne istituita la mo­stra mercato del sedano nero di Trevi, sagra paesana che si celebra ogni anno la terza domenica di ottobre. Attualmente la coltivazione di questo ortaggio è prati­cata per lo più da pochi vecchi agricoltori su una superficie modesta, tuttavia non mancano esempi di giovani imprenditori intraprendenti e molto motivati, decisi a conservare e tramandare la coltura del sedano nero e le tradizioni culturali ad essa indissolubilmente legate. Un’altro prodotto di “nicchia” è il fagiolo di cave di Foligno,(per anni il fagiolo è stato sottoposto a un intenso lavoro di miglioramento genetico che ha portato all’affermazione di numerose varietà) una frazione situata sulla riva destra del fiume Topino, a di 218 metri di altitudine. Qui si coltiva da più di un secolo un fagiolo con habitus di crescita a sviluppo determinato. La semina è eseguita subito dopo la mietitura e la raccolta poco prima della nuova semina del frumento. Esistono due tipi del fagiolo di Cave: “il verdino” e “il giallino”. Quest’ultimo è stato introdotto per primo in coltivazione. La presenza di questo fagiolo sul ter­ritorio sin dai primi del Novecento è testimoniata direttamente dagli anziani del posto. Fino agli anni Cinquanta la produzione era di oltre 10 tonnellate, drasticamente scesa nei giorni nostri a circa una tonnellata per stagione e l’in­tera produzione viene completamente utilizzata e venduta durante la “Sagra del fagiolo di Cave” che si svolge gli ultimi tre fine settimana di ottobre. Le pre­giate caratteristiche culinarie di questo fagiolo sono legate alla buccia sottile, alla facile cottura e al gusto squisito. Queste peculiarità lo rendono adatto per molte ricette tipiche della zona di Foligno.Forse pochi conosco la cicerchia, è il legume più ricco di proteine e un’adegua­ta preparazione culinaria permette l’ottenimento di piatti decisamente particolari. La coltura è quasi scomparsa, anche dagli orti familiari. Al­cune aziende ne hanno ripreso la coltivazione.Tra le varietà di frutta  locali individuate,  interessante è certamente la Pera di Monteleone (chiamata anche Papera, Mondolioni , Pera d’Inverno), ancora molto presente con esemplari di grande sviluppo, in un vasto territorio. L’areale di diffusione va da Monteleone di Orvieto, comprende la parte sud occidentale dell’Umbria del comprensorio orvietano, fino a Orte e Viterbo nella Tuscia (alto Lazio). I frutti, detti un tempo “la bistecca del villano”, sono a maturazione invernale (solitamente raccolti in ottobre), e tradizionalmente conservati nel fruttaio, stesi sulla paglia o appesi in lunghe corone. Il loro consumo era concentrato nella stagione invernale, come pro­dotto fresco o cotto al forno, spesso insieme ad un altro frutto molto diffuso, le castagne. Il recupero della coltura del Pero Monteleone, coltura ancora viva e legata alla tradizione gastronomica locale, potrebbe assumere un importante ruolo nel settore del prodotto tipico, valorizzando al tempo stesso l’agricoltura locale e la vocazione turistica del comprensorio.Il mandorlo era presente ovunque, anche in zone apparentemente non vocate per il clima (Gubbio, Città di Castello, Valnerina, Narni e Amelia). Nella zona di Norcia e in gran parte della Valnerina, fino agli anni Cinquanta ha rappresentato una preziosa fonte di reddito per le famiglie locali, che raccoglievano, sbucciavano e confeziona­vano il prodotto per la commercializza­zione sul mercato di Roma e successiva­mente di Sulmona, dove era utilizzato per i famosi confetti. Testi storici e documenti archivistici descrivono la valle di San Pellegrino di Norcia come un’immensa distesa bianca a fine inverno – inizio primavera, per effetto della fioritura della moltitudine di piante di mandorlo presenti ovunque nei campi. Quanto ritrovato, anche nelle zone di maggiore diffusione in passato, denota la completa decadenza di questa coltura, per le difficoltà di raccolta e per la mancan­za di interesse del mercato per il prodotto locale,un vero peccato. Sono rimaste solo poche piante sparse, in zone impervie, per lo più esemplari singoli e spesso in cattive condizioni, tanto da non garantire a lungo la loro persistenza. Il Cotogno: è da sempre coltivato per i frutti da tra­sformare in dolci e conser­ve. I pochi esemplari rilevati, ascrivibili a varietà locali, sono a for­terischio di scomparsa per la massiccia introduzione di varietà estere. Dai docu­menti storici, emerge che in Umbria erano molto diffuse le varietà a frutto “malifor­me”, più piccole e molto più profumate di quelle delle varietà moderne, per lo più a frutto “piriforme”. Da questi brevi dati capiamo che questa ricchezza di biodiversità è però seriamente minacciata e pezzi di essa rischiano di essere irrimediabilmente perduti, “coltivando i nostri tesori”possiamo contribuire a proteggerla . Anche se i fattori che minano la biodiversità sono molteplici (il 20% dei gas-serra immessi ogni anno nell’atmosfera derivano dalla distruzione e dalla degradazione delle foreste e degli habitat. Il riscaldamento globale e i conseguenti cambiamenti climatici sono a loro volta ulteriori fattori di perdita di biodiversità) ognuno di noi ha un ruolo da giocare per combattere la crisi della biodiversità.  Ogni nostra azione quotidiana e gli acquisti che facciamo hanno un effetto su di essa . In campo alimentare dobbiamo comprare prodotti locali e di stagione frutto di  un’agricoltura ecologica ,biologica, la quale promuove la biodiversità nei terreni agricoli e permette il ripristino di habitat semi-naturali.
Dobbiamo impegnarci affinchè :le 
 monoculture industriali siano sempre più limitate , e  che si  riscopra metodi più naturali come  la valorizzazione delle varietà locali, così da far  ripartire un nuovo circolo virtuoso di tutta l’ampia filiera di settore collegata.
FrecciaSuBianca

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