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Gli agricoltori puntano sulle fibre naturali e rilanciano la ginestra.

Mentre c’è chi continua a scegliere le fibre di vetro e i materiali derivati del petrolio, la Calabria punta alle fibre naturali per realizzare componenti e strutture a elevata sostenibilità ambientale. Come nel lontano 1941, in Calabria si torna a lavorare la ginestra. Sono 20mila oggi, gli ettari di terreno ricoperti da arbusti di Spartium Junceum, da Cetraro a Gerace. Negli anni ’40 nella nostra regione si trovavano 15 dei 60 ginestrifici presenti in Italia. Una fibra quella ricavata dalla ginestra dopo un lungo processo di bollitura, macerazione, sfibratura, filatura, eseguito a mano dalle donne, con la quale le comunità italo-albanesi, in passato, realizzavano corde, sacchi e tele per confezionare camice e biancheria. Una piccola industria soppiantata in seguito dall'importazione dall'Asia della juta. Oggi, un impianto meccanizzato, realizzato nei locali dell'Università della Calabria, a Rende, è pronto a partire: entrato  in funzione da qualche giorno. Acqua e soda, in un sistema a circuito chiuso, sfibreranno i rametti della pianta, per poi essere recuperate. Con 10 tonnellate di ginestra si ottiene il 12% fibra sottile (da impiegare per i tessuti), il 30% ginestrulo (fibra grossa), ideale per la composizione di bioplastiche anche per interni d'auto, pannelli isolanti a bassa densità, fibre funzionalizzate, biofiltri per la decontaminazione dei terreni. L'ateneo calabrese ha depositato 4 brevetti. Sono questi gli esiti di tre progetti dell'Unical, finanziati, a partire dal 2004, dal Ministero della Ricerca scientifica e dalla Regione, attraverso il Polo dei materiali di Calpark (Parco scientifico e tecnologico della Calabria), che hanno coinvolto il Centro ricerche della Fiat (Crf), poi il Cnr, l'Enea e anche il gruppo internazionale Adler, che progetta e sviluppa componenti e sistemi per l'industria del trasporto.
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